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La riforma del sistema pensionistico quale si è venuta attuando con la legge n. 214/2011, con forti “allungamenti lavorativi” rispetto al passato

(peraltro, non ancora terminati, atteso che, a distanza di cadenze temporali sono previsti ulteriori “slittamenti in avanti” sulla base delle c.d. “aspettative di vita”), è stata oggetto di pesanti critiche e di qualche “aggiustamento”.

Lavoratori esodati

Ne è palese testimonianza, ad esempio, la vicenda dei c.d. “lavoratori esodati” giunta, con la legge n. 232/2016 all’ottava salvaguardia (con 30.700 posti che si aggiungono ai 172.466 già previsti in precedenza, ma non utilizzati completamente. La procedura di verifica è la stessa in uso nel passato con la valutazione della documentazione demandata ad una commissione (tra i componenti c’è anche un rappresentante dell’INPS) istituita presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro. L’attuale aliquota numerica riguarderà (comma 214 e seguenti):

  • lavoratori in mobilità o disoccupazione speciale edile cessati entro il 2014 che maturano la decorrenza pensionistica entro i 3 anni successivi alla fine dell’ammortizzatore, pur se il limite è raggiunto attraverso il versamento di contributi volontari. Il tetto massimo previsto è fissato in 11.000 posti;
  • lavoratori autorizzati ai versamenti volontari prima del 4 dicembre 2011 (data di entrata in vigore del D.L. n. 201, poi convertito, con modificazioni, nella legge n. 214) con almeno un contributo volontario alla data del successivo 6 dicembre che maturano la decorrenza non oltre i 6 gennaio 2019. Il tetto massimo è fissato in 9.200 posti;
  • lavoratori autorizzati ai versamenti volontari prima del 4 dicembre 2011, con almeno un contributo tra il 2007 ed il 2013, e senza un lavoro a tempo indeterminato alla data del 30 novembre 2013 che maturano i requisiti entro il 6 gennaio 2018. Il tetto massimo è fissato in 1.200 posti;
  • lavoratori esodati entro il 2012 o licenziati tra il 2007 ed il 2011 che raggiungono i requisiti per la pensione entro il 6 gennaio 2019. Il tetto massimo è fissato in 7.800 posti;
  • lavoratori in congedo nel 2011 per assistere figli portatori di grave handicap. I requisiti per la pensione vanno raggiunti entro il 6 gennaio 2019. Il tetto massimo è fissato in 700 posti;
  • lavoratori a tempo determinato, anche con contratto di somministrazione, che hanno concluso il rapporto tra il 2007 ed il 2011 e non hanno trovato un lavoro a tempo indeterminato, con esclusione degli operai agricoli e dei lavoratori stagionali. I requisiti per la pensione vanno raggiunti non oltre i 6 gennaio 2018 ed il tetto massimo è fissato in 800 posti.

Le istanze vanno presentate dagli interessati entro il 2 marzo 2017 ed il Ministero del Lavoro, con sollecitudine, ha emanato, in data 29 dicembre 2016, la circolare n. 41 con la quale detta agli uffici periferici una serie di chiarimenti relativi sia alla acquisizione delle domande, sia alla fase procedimentale che a quella decisionale. Una volta esaurito il compito delle singole commissioni, spetterà all’INPS monitorare l’andamento del fenomeno con la pubblicazione dei dati sul proprio sito istituzionale. L’Ufficio parlamentare di bilancio, esaminando la normativa, ha avuto modo di sottolineare come, rivolgendosi alla stessa platea dei potenziali utenti dell’APE, della RITA e dei PRECOCI, si potrebbe verificare che il numero complessivo di 30.700 posti non possa essere completamente coperto.

Principi generali ed Ape volontaria

 

Con una serie di commi a partire dal 166, l’art. 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, detta, in via sperimentale fino al 31 dicembre 2018, alcune regole per fruire dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (APE). Esso è un prestito (e, come tale, non tassabile) che viene corrisposto a quote  per 12 mensilità ad un soggetto che al momento della richiesta possiede una età anagrafica di almeno 63 anni e che matura il diritto alla pensione di vecchiaia entro i successivi 3 anni e 7 mesi (la durata minima sono 6 mesi, come previsto dal comma 170), purché in possesso del requisito minimo contributivo pari a 20 anni (ciò riguarda anche gli iscritti alle forme sostitutive come l’ENPALS o gli Elettici o esclusive come l’ex INPDAP o l’ex IPOST) e la sua pensione, al netto della rata di ammortamento corrispondente all’APE richiesta, sia pari o superiore, al momento dell’accesso alla prestazione, a 1,4 volte il trattamento minimo previsto nell’assicurazione obbligatoria (comma 167).

Il trattamento viene corrisposto fino alla maturazione della pensione di vecchiaia e la restituzione del prestito avverrà a partire dalla maturazione del diritto alla stessa, con rate di ammortamento mensili per una durata di 20 anni: il rischio di morte anticipata è coperto da una polizza assicurativa obbligatoria.

Fatta questa breve premessa e riservandosi di approfondire, successivamente, le varie ipotesi di APE, si ritiene opportuno illustrare, brevemente, l’iter procedimentale di accesso, tenendo ben presente due questioni essenziali:

  • l’APE decorrerà dal 1° maggio 2017;
  • un DPCM, ancora non emanato, dovrà specificare alcuni aspetti attuativi, come quello, estremamente importante, relativo agli importi.

Chi abbia interesse dovrà inoltrare (comma 168), attraverso il sito dell’INPS, l’istanza di accesso alla prestazione: l’Istituto avrà il compito di verificare e certificare la sussistenza dei requisiti e l’importo minimo e massimo che si potrà ottenere.

Il comma 169 contiene alcuni passaggi fondamentali: il lavoratore interessato, sia direttamente che attraverso un patronato, presenta, attraverso l’uso dell’identità digitale SPID di secondo livello, domanda di APE e domanda di pensione di vecchiaia da liquidare al raggiungimento dei requisiti normativi. Le istanze appena nominate non sono revocabili, ferma restando la possibilità, entro 14 giorni, di recedere dal contratto di assicurazione contro il rischio di morte anticipata. L’APE può essere estinto anche in via anticipata una volta raggiunta la pensione di vecchiaia. Nella domanda il lavoratore dovrà indicare sia il finanziatore al quale richiedere l’APE che l’impresa assicurativa. Per tutto questo, però, occorrerà attendere il DPCM (comma 175) attraverso il quale saranno individuate sia le banche che le imprese assicurative che aderiranno all’accordo che dovrà essere stipulato con l’ABI e l’ANIA.

Nel caso in cui la banca prescelta abbia concesso il prestito, è possibile esercitare il diritto di recesso, sempreché l’interessato abbia ricevuto dall’INPS (comma 169) tutte le informazioni contrattuali e precontrattuali: qualora non venga esercitato il recesso o l’istanza sia stata accolta, l’Istituto tratterrà dal primo assegno di pensione l’importo finalizzato al rimborso del finanziamento. Presso il Ministero dello sviluppo Economico verrà creato un fondo di garanzia che coprirà l’80% del finanziamento concesso al lavoratore richiedente.

L’APE sarà esente da imposizione fiscale (comma 177) ed al lavoratore sarà riconosciuto, ogni anno, un credito d’imposta pari al 50% del ventesimo degli interessi del premio assicurativo dovuti sulla base dei contratti stipulati. Gli effetti della trattenuta non si riverberano sul riconoscimento delle prestazioni previdenziali ed assistenziali (comma 178) e, in caso di premorienza durante l’anticipo o dopo il pensionamento senza che sia avvenuta la completa restituzione del prestito, sarà l’assicurazione a pagare la restituzione del prestito: tutto questo non avrà alcun effetto sulla pensione di reversibilità in favore dei superstiti che verrà riconosciuta senza alcun recupero economico. Dopo 20 anni dal pensionamento, la rendita si stabilirà sul livello normale.

Alcune questioni concernenti variabili scaturenti dalla stessa normativa sulle pensioni vanno affrontate.

Come si diceva, la norma è stata costruita nel senso che un lavoratore con 63 anni e 7 mesi, nel periodo considerato (1° maggio 2017 – 31 dicembre 2018) può chiedere, in presenza dei requisiti contributivi, l’APE. La sperimentazione (comma 167) ha un limite (31 dicembre 2018) ma gli effetti possono ben procrastinarsi oltre tale data, in quanto la durata massima dell’anticipo è di 3 anni e 7 mesi. C’è, però, un problema legato al fatto che con il 2019, per effetto dell’adeguamento alle speranze di vita, cambieranno i requisiti anagrafici per accedere alla pensione di vecchiaia, cosa preconizzata dalla stessa legge n. 214/2011 che nel periodo 2019 – 2020 prevede il limite dei 67 anni ed 11 mesi. Se questo sarà confermato (i passaggi burocratici per la verifica sono diversi e complicati), rispettando la data in cui il lavoratore decide di lasciare l’attività, si potrebbe verificare un aumento del costo a carico dell’interessato (la determinazione del requisito anagrafico dovrà essere effettuata entro la fine dell’anno prossimo).

Di tutto questo nella legge n. 232/2016 non sembra esservi cenno: la questione può avere una propria specifica rilevanza, ad esempio, per l’APE aziendale ove, con l’accordo individuale tra le parti (magari, per favorire un esodo concordato), il datore di lavoro si impegna a versare una determinata somma a sostegno.

Ape sociale

 

Con i commi 179 e seguenti il Legislatore ha previsto, in favore di particolari categorie, l’accesso all’anticipo pensionistico cosa che presuppone, in ogni caso, la sussistenza dei requisiti fondamentali (età anagrafica di almeno 63 anni e non 63 anni e 7 mesi) e iscritti, oltre che all’INPS, anche alla gestione separata ed alle forme esclusive o sostitutive).

Ma quali sono queste categorie?

  • i lavoratori disoccupati a seguito di licenziamento individuale o plurimo, ma anche collettivo, dimissioni per giusta causa (valgono le ipotesi che secondo l’INPS danno diritto alla NASPI) o risoluzione consensuale avvenuta in sede di conciliazione ex art. 7 della legge n. 604/1966 avanti alla commissione istituita presso ogni Ispettorato territoriale, che hanno esaurito da almeno 3 mesi ogni prestazione di sostegno e che siano in possesso di una anzianità contributiva di almeno 30 anni (e non 20);
  • i lavoratori che assistono al momento della richiesta e da almeno 6 mesi il coniuge o un parente di primo grado convivente portatore di grave handicap ex art. 3, comma 3, della legge n. 104/1992 e che abbiano una anzianità contributiva di almeno 30 anni (anche qui il limite contributivo non è fissato a 20);
  • i lavoratori che hanno una capacità lavorativa ridotta pari o superiore al 74% (riconosciuta dalle competenti commissioni presso le ASL) e che sono in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni (e non 20);
  • i lavoratori dipendenti al momento della decorrenza dell’APE che svolgono da almeno 6 anni, con continuità, lavorazioni rischiose e difficoltose indicate nell’allegato C alla legge n. 232/2016: si tratta di addetti all’edilizia, all’industria estrattiva, di conduttori di gru e di macchinari di perforazione, di conciatori di pelli e di pellicce, di conduttori di treni e di personale viaggiante, di autisti di mezzi pesanti e di camion, di personale infermieristico e di ostetriche ospedaliere con lavoro su turni, di addetti alla cura di persone non autosufficienti, di facchini addetti allo spostamento di merci e assimilati, di insegnanti di scuola e di educatori di asilo nido, di addetti ai servizi di pulizia e di operatori ecologici, in possesso di una anzianità contributiva di almeno 36 anni.

Il presupposto per la fruizione dell’APE è la cessazione dell’attività lavorativa (comma 180): essa non spetta a coloro che sono già titolari di un trattamento pensionistico diretto.

L’indennità viene erogata mensilmente in 12 rate ed è pari all’importo della rata di pensione calcolata al momento dell’accesso alla prestazione. L’importo non può, in ogni caso, superare il limite massimo mensile di 1.500 euro e non è soggetto a rivalutazione (comma 181). L’APE non è compatibile con alcun trattamento di sostegno del reddito o con l’indennizzo per la cessazione di una attività commerciale previsto dal decreto legislativo n. 207/1996 (comma 182). Il beneficiario decade dal diritto in caso di pensionamento anticipato: l’indennità è compatibile con la percezione di redditi da lavoro dipendente o parasubordinato fino a 8.000 euro e con redditi da lavoro autonomo fino a 4.800 euro all’anno. C’è una peculiarità (negativa) per i dipendenti pubblici: il comma 184 afferma che il trattamento di fine rapporto (comunque denominato) viene differito (anche con la tempistica della erogazione dilazionata nel tempo) alla data del raggiungimento dell’età che è pari a 66 anni e 7 mesi fino al 31 dicembre 2018.

L’APE sociale viene riconosciuta a domanda nei limiti delle risorse finanziarie disponibili.

Ape aziendale

 

Con il comma 172, in poche righe, viene disciplinato il c.d. APE aziendale: ossia la possibilità per il datore di lavoro di aumentare il montante contributivo maturato dal dipendente.

Ma di cosa si tratta?

La disposizione afferma che i datori di lavoro privati, gli Enti bilaterali ed i fondi di solidarietà previsti dagli articoli 26 e 27 del decreto legislativo n. 148/2015 (quindi, ad esempio, anche i fondi bilaterali del settore artigiano e della somministrazione) possono, previo accordo individuale con il lavoratore interessato (il Legislatore non parla delle modalità in cui lo stesso deve essere redatto e del luogo ove deve avvenire – ma è consigliabile una “sede protetta”-), incrementare  il montante contributivo maturato, versando al’INPS in un’unica soluzione, alla scadenza prevista per il pagamento dei contributi del mese di erogazione della prima mensilità dell’APE, un contributo non inferiore, per ciascun anno o frazione di anno di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia. L’importo della partecipazione aziendale sarà frutto dell’accordo tra le parti (la questione va vista anche nell’ottica della gestione di eventuali esuberi di personale anche all’interno di una procedura collettiva di riduzione di personale): il minimo è pari, su base annua, al 32,87% della retribuzione imponibile. Il mancato o ritardato pagamento dell’importo complessivo determina l’applicazione delle sanzioni correlate alla omissione contributiva (5,55% in ragione annua). L’accordo individuale consente al dipendente di compensare, con l’aumento della pensione, il costo della trattenuta mensile per l’APE.

Indubbiamente, si tratta di un mezzo ulteriore per la gestione degli esuberi, senza alcun intervento pubblico, che si presenta meno rigido e costoso rispetto a quello ipotizzato dall’art. 4, commi da 1 a 7-ter, della legge n. 92/2012 (riguarda soltanto le impreso dimensionate oltre le 15 unità ed i dipendenti ai quali manchino non più di 4 anni al pensionamento, è necessario l’accordo sindacale, è il datore di lavoro, che nella sostanza, paga la pensione, seppur la stessa viene materialmente erogata dall’INPS che fruisce di una garanzia datoriale attraverso una fideiussione bancaria). L’aumento del montante ha anche lo scopo di far aumentare per il dipendente la futura pensione di vecchiaia, soprattutto se il datore procederà al versamento dell’importo dei contributi che, a parità di retribuzione, sarebbero stati versati fino alla maturazione della stessa.

Rispetto alla procedura prevista dalla legge n. 92/2012, e ad altre forme di pensionamento anticipato come il part-time agevolato previsto dall’art. 41 del decreto legislativo n. 148/2015 e, poi, con altre forme dalla legge n. 208/2015 e dal contratto di solidarietà espansivo ex art. 2 del decreto legislativo n. 185/2016 (modificativo del predetto art. 41), rivelatesi, finora, un flop nonostante il “battage” pubblicitario) l’APE aziendale ha alcune caratteristiche che possono così sintetizzarsi:

  • scaturisce da un accordo individuale;
  • non ci sono limiti dimensionali dell’impresa correlati alla applicazione della norma;
  • non c’è bisogno, per legge, di alcun accordo sindacale ma potrebbe ben essere inserito in un accordo relativo ad una procedura collettiva di riduzione di personale, soprattutto in un momento in cui, a partire dal 1° gennaio 2017, è venuta meno l’indennità di mobilità;
  • non c’è una scadenza temporale per l’inizio dell’APE aziendale (fatti salvi i limiti generali che in questa fase “non strutturale” terminano il 31 dicembre 2018);
  • non ci sono i costi a carico del datore di lavoro, previsti dall’art. 4 della legge n. 92/2012 (costi del trattamento pensionistico fino alla maturazione della pensione di vecchiaia od anticipata, contribuzione figurativa calcolata sulla media dell’ultimo quadriennio di retribuzione, costo della fideiussione bancaria);
  • il costo dell’APE aziendale è, nella sostanza, modulabile (secondo l’accordo individuale sottoscritto) e non presenta alcun costo fideiussorio;
  • l’APE aziendale non è vincolata come nei contratti di solidarietà espansivi, riformulati dal decreto legislativo n. 185/2016, da vincoli dettati da accordi sindacali (tra l’altro, difficili da ottenere atteso che vanno ad incidere, negativamente, sui lavoratori già in forza) e da obblighi di nuove assunzioni strettamente correlate alla riduzione dell’orario degli altri lavoratori in forza;
  • l’APE aziendale si presenta più favorevole rispetto al part-time agevolato previsto dalla legge n. 208/2016 e largamente pubblicizzato con “spot televisivi” (400 sono le persone che hanno aderito) in quanto per il datore non c’è l’obbligo di mantenere in servizio il dipendente “pensionando” attraverso un rapporto a tempo parziale.

RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata)

 

Con i commi da 188 a 192 il Legislatore ha previsto che, in via sperimentale, dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018, i lavoratori in possesso dei requisiti anagrafici (63 anni e 7 mesi) e contributivi per la maturazione del diritto a pensione di vecchiaia (20 anni) ed in possesso della certificazione rilasciata dall’INPS (del tutto analoga a quella di cui si è parlato a proposito dell’APE, al comma 167), a seguito della cessazione dal lavoro, possano  richiedere al proprio fondo pensionistico complementare di cui tratta il decreto legislativo n.252/2005 (con esclusione di quelli in regime di prestazione definita, in tutto o in parte), in forma di rendita temporanea, una erogazione, denominata “RITA” decorrente dal momento dell’accettazione della richiesta fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici per l’accesso alle prestazioni dell’INPS. Nel caso di specie ci si trova di fronte ad una rendita temporanea che scaturisce dalla erogazione, in tutto o in parte del montante accumulato: in un certo senso, i fondi di pensione complementare si fanno carico di ciò che l’Ente pubblico non può adeguatamente garantire.

La RITA è accompagnata dalla normale imposizione fiscale prevista per i fondi complementari ed essa è strettamente correlata al periodo di iscrizione del lavoratore al fondo partendo da una aliquota del 15% ridotta da una quota pari allo 0,30% per ogni anno di iscrizione eccedente il quindicesimo con un limite massimo “a scalare” che arriva al 9%. Infatti, se la data di iscrizione alla previdenza complementare è avvenuta prima del 1° gennaio 2007, gli anni di iscrizione antecedenti sono computati fino a 15 (comma 189).

Alla RITA (comma 192) possono accedere anche gli impiegati pubblici che hanno aderito ad un fondo complementare ma per costoro, le competenze di fine rapporto (TFR o TFS) avverranno non alla cessazione del servizio ma allorquando avrebbero maturato il diritto alla corresponsione sulla base della attuale normativa (che prevede, è bene ricordarlo, importi abbastanza dilazionati nel tempo).

Alcune riflessioni si ritengono necessarie, augurandosi che siano smentite dalla realtà dei fatti.

Si ritiene che i lavoratori che chiederanno la rendita temporanea RITA saranno pochi anche perché le posizioni maturate non sembrano essere particolarmente “pesanti” (la riforma, con l’obbligatorietà in certi limiti è entrata in vigore da circa un decennio) ed in passato, anche in regime di volontarietà, si sono registrati “buchi” nei versamenti. A ciò va aggiunto che nelle piccole e piccolissime aziende (che sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese) il ricorso alla previdenza complementare con la devoluzione del TFR è, sostanzialmente, inesistente. Probabilmente, nei prossimi anni questo “gap” potrebbe ridursi soprattutto se le somme derivanti dagli accordi sulla produttività saranno convertite in contributi alla previdenza complementare come previsto, con agevolazioni, dalla stessa legge n. 232/2016.

Lavoratori precoci

 

Con alcuni commi dell’art. 1 (199 e seguenti) della legge n. 232/2015 viene nuovamente introdotta nel nostro ordinamento una normativa particolare per i c.d. “lavoratori precoci” che sono tali se prima dei 19 anni hanno avuto 12 mesi di contributi per lavoro effettivo.

Questo, tuttavia, non è il solo requisito: a partire dal 1° maggio, data di entrata in vigore della norma, se il lavoratore ha 41 anni di contribuzione e ferme restando le c.d. “aspettative di vita” (la prima scatterà a gennaio 2019 e dovrebbe prevedere un allungamento di 4 mesi) si potrà chiedere la pensione che, è bene sottolinearlo, riguarda coloro che nel 1996 avevano contributi versati su una forma obbligatoria. Inoltre, non va dimenticato che l’accesso al finanziamento avviene nel limite delle risorse stabilite dal Legislatore (360 milioni nel 2017 e 550 nel 2018).

Si accede al beneficio in presenza di una delle seguenti condizioni:

  • possesso dello stato di disoccupazione a seguito di cessazione di rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale ex art. 7 della legge n. 604/1966 a condizione che da almeno 3 mesi non venga erogato alcun trattamento di disoccupazione;
  • assistenza al momento della presentazione dell’istanza e da almeno sei mesi, di un coniuge o un parente di primo grado convivente con grave handicap ex art. 3, comma 1, della legge n. 104/1992;
  • possesso di una capacità lavorativa ridotta pari o superiore al 74% accertata da una commissione medica pubblica;
  • svolga, in qualità di dipendente, al momento del pensionamento da almeno 6 anni in via continuativa attività difficoltose e rischiose (le individua l’allegato E alla legge n. 232/2016): tra le stesse vi rientrano  gli operai edili e dell’industria estrattiva, i conduttori di gru nel settore delle costruzioni, gli autisti di mezzi pesanti ed i conciatori di pelli, le infermiere e le ostetriche impegnate su turni, le assistenti di persone non autosufficienti, gli operatori ecologici, i facchini, gli insegnanti degli asili nido;
  • essere lavoratore addetto ad attività usuranti ex D.L.vo n. 67/2011 che riguardano coloro che operano in galleria, nelle cave, nei cassoni ad aria compressa, i palombari, i lavoratori che operano in spazi ristretti ed in presenza di alte temperature, i lavoratori che operano in turni di notte di almeno 6 ore per un minimo di 64 giornate in un anno, i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra le 24 e le 5 del mattino per periodi di lavoro pari all’intero anno lavorativo, gli addetti alla linea catena in aziende soggette a specifiche voci tariffarie INAIL con mansioni caratterizzate dalla ripetizione costante delle stesse, i conducenti di veicoli con capienza non inferiore a 9 posti adibiti a servizio di trasporto pubblico. L’attività usurante deve essere stata svolta per almeno 7 degli ultimi 10 anni dell’attività lavorativa o per almeno metà della vita complessiva.

Tutta una serie di questioni operative (non ultima la gestione delle domande) viene rimandata ad un DPCM.

Il comma 201 prevede alcune brutte notizie per i dipendenti pubblici che dovessero fruire del “pensionamento precoce”: il TFS o TFR verrà corrisposto al momento in cui il lavoratore maturerà il diritto alla corresponsione della stessa e sulla base della disciplina vigente in materia (già ora, in molte ipotesi, il TFS viene erogato in rate, senza interessi, a scadenze annuali, biennali o triennali). Il comma 204 pone forti restrizioni alla cumulabilità del trattamento pensionistico “precoce” con altri redditi da lavoro subordinato od autonomo: infatti il divieto sussiste per un periodo di tempo corrispondere alla differenza tra l’anzianità contributiva ordinaria comprensiva degli incrementi per le speranze di vita e l’anzianità al momento in cui si è verificato il pensionamento.

Con alcuni commi dell’art. 1 (199 e seguenti) della legge n. 232/2015 viene nuovamente introdotta nel nostro ordinamento una normativa particolare per i c.d. “lavoratori precoci” che sono tali se prima dei 19 anni hanno avuto 12 mesi di contributi per lavoro effettivo.

Questo, tuttavia, non è il solo requisito: a partire dal 1° maggio, data di entrata in vigore della norma, se il lavoratore ha 41 anni di contribuzione e ferme restando le c.d. “aspettative di vita” (la prima scatterà a gennaio 2019 e dovrebbe prevedere un allungamento di 4 mesi) si potrà chiedere la pensione che, è bene sottolinearlo, riguarda coloro che nel 1996 avevano contributi versati su una forma obbligatoria. Inoltre, non va dimenticato che l’accesso al finanziamento avviene nel limite delle risorse stabilite dal Legislatore (360 milioni nel 2017 e 550 nel 2018).

Si accede al beneficio in presenza di una delle seguenti condizioni:

  • possesso dello stato di disoccupazione a seguito di cessazione di rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa, risoluzione consensuale ex art. 7 della legge n. 604/1966 a condizione che da almeno 3 mesi non venga erogato alcun trattamento di disoccupazione;
  • assistenza al momento della presentazione dell’istanza e da almeno sei mesi, di un coniuge o un parente di primo grado convivente con grave handicap ex art. 3, comma 1, della legge n. 104/1992;
  • possesso di una capacità lavorativa ridotta pari o superiore al 74% accertata da una commissione medica pubblica;
  • svolga, in qualità di dipendente, al momento del pensionamento da almeno 6 anni in via continuativa attività difficoltose e rischiose (le individua l’allegato E alla legge n. 232/2016): tra le stesse vi rientrano  gli operai edili e dell’industria estrattiva, i conduttori di gru nel settore delle costruzioni, gli autisti di mezzi pesanti ed i conciatori di pelli, le infermiere e le ostetriche impegnate su turni, le assistenti di persone non autosufficienti, gli operatori ecologici, i facchini, gli insegnanti degli asili nido;
  • essere lavoratore addetto ad attività usuranti ex D.L.vo n. 67/2011 che riguardano coloro che operano in galleria, nelle cave, nei cassoni ad aria compressa, i palombari, i lavoratori che operano in spazi ristretti ed in presenza di alte temperature, i lavoratori che operano in turni di notte di almeno 6 ore per un minimo di 64 giornate in un anno, i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra le 24 e le 5 del mattino per periodi di lavoro pari all’intero anno lavorativo, gli addetti alla linea catena in aziende soggette a specifiche voci tariffarie INAIL con mansioni caratterizzate dalla ripetizione costante delle stesse, i conducenti di veicoli con capienza non inferiore a 9 posti adibiti a servizio di trasporto pubblico. L’attività usurante deve essere stata svolta per almeno 7 degli ultimi 10 anni dell’attività lavorativa o per almeno metà della vita complessiva.

Tutta una serie di questioni operative (non ultima la gestione delle domande) viene rimandata ad un DPCM.

Il comma 201 prevede alcune brutte notizie per i dipendenti pubblici che dovessero fruire del “pensionamento precoce”: il TFS o TFR verrà corrisposto al momento in cui il lavoratore maturerà il diritto alla corresponsione della stessa e sulla base della disciplina vigente in materia (già ora, in molte ipotesi, il TFS viene erogato in rate, senza interessi, a scadenze annuali, biennali o triennali). Il comma 204 pone forti restrizioni alla cumulabilità del trattamento pensionistico “precoce” con altri redditi da lavoro subordinato od autonomo: infatti il divieto sussiste per un periodo di tempo corrispondere alla differenza tra l’anzianità contributiva ordinaria comprensiva degli incrementi per le speranze di vita e l’anzianità al momento in cui si è verificato il pensionamento.

Eufranio Massi
Esperto in Diritto del Lavoro

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