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Tra i problemi principali: il calo strutturale dei tassi d’interesse (voluto dalle banche centrali di tutto il mondo per rilanciare gli investimenti e ridurre gli oneri dei debiti pubblici), la riduzione dei depositi bancari, dovuta alla lenta ma costante disintermediazione creditizia, rilanciata dal fiorire delle alternative disponibili tramite internet sul mercato dei capitali e infine la necessità di rispondere a requisiti di capitalizzazione sempre più stringenti introdotti in forma graduale a seguito della crisi del 2008.

In buona parte dei Paesi del mondo le banche hanno affrontato la crisi ricevendo da un lato aiuti dalla mano pubblica o dalle banche centrali, e dall’altro lato aiutando sè stesse fondendosi tra loro per migliorare la propria efficienza di gestione o cercando di guadagnare la leadership di mercato in taluni ambiti di specializzazione, per migliorare la propria capacità di reddito e, indirettamente, la propria appetibilità per gli investitori a cui veniva richiesto di apportare altro patrimonio. In Italia il problema però è stato più intenso e meno facile da risolvere, anche perché affrontato in modo tardivo.

Per chiunque abbia seguito il dibattito che si è acceso a proposito della crisi del Monte dei Paschi di Siena (MPS) è divenuto ormai agevole comprendere che il problema delle banche italiane va inquadrato in un più ampio problema di rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea, ma anche che non si limita a ciò e che non si risolve soltanto migliorando quei rapporti o con l’intervento dello Stato.

Infatti l’allarme collettivo sulle sofferenze creditizie italiane ha crea un problema generale sugli investitori per l’intera area Euro, contribuendo a deprimere le quotazioni di borse e divisa unica, sebbene non si possa negare che esso è anche figlio delle politiche europee a senso unico: se il Quantitative Easing continentale non avesse subito il veto tedesco e fosse arrivato in tempo per riattivare il credito quando ancora in Italia c’era più domanda, forse si poteva risparmiare alle nostre banche la marea di sofferenze che si sono generate con la recessione e, soprattutto, con l’austerity forzosa.

L’ASIMMETRIA DELLA NORMATIVA BANCARIA EUROPEA

Ancor più grave è il profondo senso di ingiustizia che gli Italiani hanno provato quando hanno visto francesi, tedeschi e spagnoli profondere decine e decine di miliardi nel sostegno pubblico alle loro banche e, un istante dopo, promuovere una normativa europea sul c.d. “bail-in” che sembrava fatta apposta perché l’Italia, indietro come sempre, non potesse più fare altrettanto.

Per non parlare dell’asimmetria delle norme europee che dovrebbero portare all’armonizzazzione del sistema bancario, quando esse si concentrano sulle sofferenze ma poi chiudono tutti e due gli occhi sui derivati e titoli complessi (c.d. “attivi di livello 3″) di cui sono piene le banche tedesche, francesi e spagnole. Anzi queste ultime non ce li avevano, ma hanno risolto il loro problema delle sofferenze sul comparto immobiliare con una norma (quella sui “repossessed assets”) che le autorizza a cancellare i crediti in sofferenza acquisendone la garanzia reale sottostante a un valore da esse stesse stimato.

Se poi si tiene conto del misero misero livello di capitalizzazione richiesto come percentuale dell’attivo di bilancio: un 3%, senza dubbio insufficiente a tutelare i risparmiatori soprattutto quando non è chiaro il vero valore dei “repossessed assets” o di quegli attivi di livello 3 di cui sono piene le banche del resto d’Europa, diviene chiaro che tutta l’attenzione di quella normativa è stata spostata sulle sofferenze creditizie, ove noi Italiani siamo campioni del mondo!


IL PARADOSSO DEL MPS

Il caso del MPS, icona dell’intera struttura creditizia italiana, per certi versi è anche paradossale, per vari motivi:

  • perché mai prima d’ora era accaduto per un istituto di rilevanza nazionale che i suoi crediti incagliati arrivassero ad assommare a quasi il 40% dei prestiti erogati (come dire che l’errore nella valutazione del rischio è stato così frequente da lasciare più di un sospetto che la logica sottostante fosse di matrice squisitamente politico-clientelare);
  • perché la banca è storicamente vicina al partito che guida la coalizione di governo, partito che evidentemente Renzi non è riuscito a “rottamare” o peggio, cui ha contribuito egli stesso nell’influenza che esso ha esercitato sul MPS;
  • perché l’aumento di capitale ventilato (si è arrivati a parlare di €10 miliardi, conversione delle obbligazioni compresa) non sarà sufficiente a ristabilire la fiducia dei risparmiatori nella banca se non interverrà anche un nuovo management, forte e credibile (ma di tale staffetta non si parla, mentre affiorano problemi anche per molte altre banche italiane e il governo è costretto a stanziare l’incredibile cifra di €20 miliardi, pari a una “manovra economica” di medie dimensioni);
  • perché gli analisti hanno comunque stimato che il fabbisogno complessivo di maggior capitale della banca sembra ammontare a non meno di €30-40 miliardi e dunque la decina di miliardi stanziati per la sua ricapitalizzazione non solo costituisce un salasso per l’intero Paese, ma non migliora la percezione degli investitori sulle reali prospettive della banca.

LA DEBOLEZZA DELL’INTERO SISTEMA

Il punto di attenzione tuttavia, al di là dei problemi di due pesi e due misure per la normativa europea e persino al di là degli incommensurabili pasticci che il Paese ha saputo esprimere attraverso il Monte dei Paschi, risiede soprattutto sulle magre prospettive dell’intero panorama bancario nazionale, tanto a livello di reddito quanto di credibilità.

A partire da Intesa San Paolo che sembra ben capitalizzata e molto avanti nella dismissione di crediti insoluti, passando per l’Unicredit che ha appena lanciato un enorme aumento di capitale e la dismissione di un gran numero di dipendenti, fino alle più piccole realtà locali, il problema delle banche italiane sembra innanzitutto la scarsa capacità di produrre reddito nell’attività caratteristica, quella di prestare denaro, ponendo dubbi di fondo non solo sulle capacità dei loro vertici, ma anche sulla sopravvivenza dell’ecosistema che si è sviluppato intorno alle banche italiane.

L’aver realizzato profitti consistenti sui mercati finanziari negli ultimi anni ha infatti spesso controbilanciato le magre performances sul fronte del credito ma non può certo costituire la risposta strutturale alla crisi delle banche! C’è da attendersi infatti che prima o poi il tema della separazione tra le attività di banca commerciale e quelle di banca d’affari tornerà di moda e la giostra del trading finanziario con cui sono stati puntellati i bilanci delle maggiori banche del Paese dovrà fermarsi.

La scarsa capacità di attrazione delle nostre banche per gli investitori sta perciò soprattutto negli scarsi risultati economici che esse possono promettere, oltre che nella costante emorragia dei capitali dal mercato finanziario italiano. Solo una parte del problema italiano è dunque figlio di un’Europa poco solidale con noi.

LA NECESSITÀ DI UNA STRATEGIA – PAESE

Non si può tacere infatti che, se il Paese vuol ritrovarsi con un sistema creditizio sano, esso deve iniziare a confrontarsi con il più strategico dei problemi delle banche: quello della loro credibilità, con il conseguente calo nella raccolta dei depositi, tale da pregiudicare le prospettive di sopravvivenza di buona parte delle banche di piccola e media dimensione.

E i problemi strategici delle banche nostrane sono a ben guardare i medesimi che attanagliano l’economia italiana, a tutti i livelli. Perché -a forza di pannicelli caldi- è l’intero sistema economico nazionale che negli ultimi anni è andato in crisi.

L’intero sistema economico nazionale con l’arrivo della crisi ha infatti sperato nella panacea dell’intervento pubblico, senza affrontare i propri gangli strutturali e in tal modo ha contribuito ad aggravare il debito pubblico senza risolvere i suoi veri problemi.

Le banche italiane ad esempio sono troppo spesso piccole, come le imprese loro clienti peraltro. E lo sono per il solito motivo: la frammentazione delle poltrone di comando e l’incapacità di concepire una vera strategia di mercato.

La logica delle parrocchiette fino a ieri andava bene ma poi è arrivato il vento della globalizzazione, che ha costretto ogni azienda, bancaria e non, a confrontarsi con la concorrenza globale.

Oggi se un consumatore vuole comprare un prodotto in Indonesia o un risparmiatore vuole spostare i risparmi su una banca australiana, ha pochi problemi e li risolve in un minuto con Internet. E peraltro in Italia si è più che mai costretti a risparmiare per la necessità di integrare una Previdenza Sociale sempre più svuotata di contenuti.

Dunque con l’assistenza pubblica che sempre meno potrà fare la sua parte a causa del l’eccesso di debito, se banche e imprese italiane vogliono mantenersi competitive e restare appetibili per il mercato dei capitali, dovranno mostrare solidità, capacitá dei propri managers e convenienza per i loro clienti, altrimenti questi ultimi svolteranno l’angolo e navigheranno in rete alla ricerca di valide alternative.

Non sono solo le banche italiane perciò, ma é l’intero sistema-paese che deve decidere di ristrutturarsi prima che sia troppo tardi, di affrontare le sfide della tecnologia e delle nuove tendenze globali per riposizionarsi nelle aree di propria eccellenza.

È tutta l’Italia (banche incluse) che deve fare scelte dolorose ma necessarie per evitare che i propri clienti facciano shopping altrove, che i propri cervelli emigrino all’estero, che i capitali cerchino rifugio oltre confine, che i cittadini perdano ogni fiducia nelle istituzioni.

È l’intera nazione che deve risvegliare le proprie coscienze dal letargo del vero populismo, quello strisciante buonismo portato avanti negli ultimi quarant’anni in modo subdolo dall’amministrazione pubblica di vecchia maniera e dai politici di tutti i partiti!

Prof. Stefano L. Di Tommaso
Economista, Analista Finanziario

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