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il volume complessivo dei beni oggetto di commercio internazionale sta scendendo e, negli ultimi tempi, sembra persino che il volume degli scambi internazionali di valuta si riduca (esattamente del 19% negli ultimi tre anni).

Come dire che nemmeno i capitali continuano a muoversi più come prima.

Cosa sta succedendo? Per quale motivo dopo decenni in cui sembrava che il volume degli scambi sul mercato internazionale dei capitali dovesse andare soltanto all’insù, oggi si assiste ad una riduzione?

Il fenomeno sembra innanzitutto dovuto al calo del volume di finanziamenti bancari internazionali, scesi a $28.000 miliardi dal picco massimo di quasi 35.000 nel 2008, determinando un flusso netto di valuta pregiata verso i Paesi Emergenti addirittura negativo nello stesso periodo.

Le banche che sono state meno attive oltre confine sono tuttavia quelle europee, alle prese con maggiori problemi di capitalizzazione e debiti pubblici che non le loro concorrenti basate altrove nel mondo.

Secondo la McKinsey gli investimenti diretti oltre confine che si sono quasi dimezzati dal 2007 al 2015, anche a causa della tendenza generale delle imprese multinazionali a rimpatriare negli ultimi tempi una parte delle attività produttive in precedenza delocalizzate, cosa che a sua volta ha determinato un rafforzamento delle principali valute (Dollaro e Euro in testa) e una parallela svalutazione di quelle storicamente più deboli.

L’intero fenomeno può anche essere letto come una conseguenza della grande crisi del 2008 (che in a Europa si è fatta sentire con oltre un anno di ritardo), in funzione della minor richiesta di credito da parte delle imprese in tutto il mondo (deleveraging).

Ma esso non basta a spiegarlo se non si tiene conto del fatto che è l’intero settore bancario che sta in effetti perdendo dinamismo, non solo nel vecchio continente , ma di fatto anche in tutto il resto del mondo, in parte per la moltiplicazione delle alternative ai finanziamenti bancari, fornite oggi dal mercato dei capitali, e in parte per l’incremento di regolamentazione e requisiti di capitale che si sono accumulati negli ultimi anni dopo l’ultima crisi finanziaria.

È infine possibile che l’inversione di tendenza nei movimenti di capitali sia arrivata con i primi cricchiolii del sistema bancario cinese registrati nel corso del 2015, da molti osservatori inquadrato come sempre più a rischio e certamente caratterizzato nonché penalizzato dal flusso netto di capitali in uscita dall’ex celeste impero.

L’ultimo bollettino della Banca per i Regolamenti Internazionali fa inoltre notare che la cooperazione tra le principali banche centrali del mondo al riguardo delle politiche monetarie, sebbene abbia contribuito a ridurre la speculazione internazionale, ha avuto come effetto secondario di non trascurabile rilevanza anche la riduzione della liquidità disponibile sui mercati, dal momento che un minor numero di soggetti è entrata sul mercato per fare trading.

Fatto sta che la riduzione di movimenti finanziari contribuisce ad alimentare un fenomeno complessivo di apparente de-globalizzazione che forse nessuno si aspettava arrivasse così presto, così come nessuno si aspettava che vincessero la Brexit, Donald Trump e il No al Referendum per le riforme in Italia, sull’onda di un rinnovato interesse a proteggere le attività nazionali.

Il possibile innalzamento delle barriere doganali promesso dai nuovi leaders (o da quelli che si candidano a rimpiazzare gli attuali) rischia di fare il paio, completando il quadretto.

Cosa potremmo aspettarci dall’avvento di un processo di de-globalizzazione se ciò fosse vero? Non è facile rispondere, dal momento che -come sempre- vi sono numerose conseguenze in ciò, ivi compresi vantaggi e svantaggi .

Da una parte la il combinato disposto della progressiva digitalizzazione, dell’automazione industriale, della stampa in tre dimensioni, dell’intelligenza artificiale e della crescente interconnessione globale in tempo reale consente alle imprese multinazionali un maggior grado di decentramento delle produzioni industriali, evitando pertanto che cospicui flussi di merci si muovano da una parte all’altra del mondo come accadeva in precedenza.

Le tecnologie legate all’uso di internet stanno inoltre consentendo un minor volume di viaggi nel mondo, cosa di per sé positiva, poiché riduce le emissioni nocive e le perdite di tempo dei trasferimenti. Senza contare il fatto che le medesime tecnologie stanno individuando nuovi modi di automatizzare servizi e commerci migliorando le prospettive di produttività del lavoro e permettendo ai medesimi di raggiungere anche quei Paesi remoti dove sarebbero stati più cari o meno disponibili.

Il risultato della rivoluzione operata quotidianamente dalle innovazioni legate a internet e al commercio elettronico non si è visto tuttavia soltanto nella delocalizzazione delle fabbriche  e nella globalizzazione dei servizi. A livello logistico il mondo ha cambiato prospettiva, con l’incremento della necessità di stoccare e consegnare a domicilio (da parte dei corrieri espressi e in generale di chi raggiunge “l’ultimo miglio”) e la riduzione dei traffici di trasporto di linea, soprattutto internazionali.

Se però sarà sempre più possibile fornire servizi e consulenza “da remoto” e realizzare  localmente le produzioni in maniera automatizzata,  non soltanto si muove e si muoverà meno gente in giro per il mondo, ma addirittura molte imprese impegnate in attività economiche ad elevato valore aggiunto potranno concentrarsi su poche sedi vicine al loro quartiere generale, restando cioè a casa propria anche quando “esportano” beni e servizi.

È vera de-globalizzazione? La risposta che viene spontanea è: si, ma solo in apparenza. In realtà l’incremento nell’interconnessione tra i popoli non sembra affatto diminuire e, insieme a quest’ultimo, possono invece continuare ad essere abbattute le barriere culturali e linguistiche, contribuendo nell’insieme a un fenomeno di maggiore interlacciamento delle nazioni in grado di più che compensare i volumi calanti del commercio mondiale o la riduzione degli scambi di valuta e dei finanziamenti internazionali.

In fondo persino le tariffe doganali che i nuovi “nazionalisti” pretenderebbero di innalzare hanno lo scopo di prevenire politiche di “dumping” da parte degli esportatori nelle economie emergenti, vale a dire che costituiscono un incentivo a ridurre le sproporzioni nei salari corrisposti ai lavoratori ovvero nelle sovvenzioni di stato.

Cosa che di per sè potrebbe incentivare un diverso approccio al mercato di intere nazioni come la Cina, che in questi giorni per evitare tariffe doganali da parte dei Paesi OCSE e dimostrare di essere divenuta un’economia di mercato, si è appellata alla Corte Internazionale dell’Aia per ottenere il relativo riconoscimento, ai sensi del trattato internazionale sul commercio da parte del WTO.

Chi ha il coraggio dunque di affermare che quella che vediamo oggi non è che una nuova forma di globalizzazione? La storia dell’umanità, per quanto ne sappiamo, non torna mai sui propri passi, nemmeno quando l’apparenza suggerirebbe l’opposto.

Stefano L. Di Tommaso
Economista, Analista Finanziario

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